assistenti all'autonomia, assistenza all'autonomia e alla comunicazione

La stabilizzazione realisticamente possibile ed eticamente giusta: una proposta politica (credibile) per i servizi di assistenza all’autonomia e alla comunicazione

L’internalizzazione nei ruoli pubblici del servizio di assistenza all’autonomia e alla comunicazione è una cosa buona, che giustamente gli operatori chiedono con forza, ma di cui gli utenti sono giustamente preoccupati. D’altro canto, la stabilizzazione per come è stata ipotizzata dal Ddl Bucalo è sbagliata e impraticabile.

è sbagliata perché stabilizza chiunque e comunque, senza definire nemmeno criteri di priorità e senza definire compiti, funzioni e requisiti di accesso. Quel modo di perseguire la stabilizzazione è il contrario di perseguire il merito e la qualità dei servizi perché prende atto del caos attuale e stabilizza il caos, nella speranza che, una volta assunte le persone si decida cosa queste devono fare. Assumere coloro che operano nei servizi senza definire il livello di qualità minimo degli operatori è profondamente sbagliato. Ne ho parlato in questo articolo.

è impraticabile perché pone tutti i costi in capo al Ministero dell’Istruzione, ribaltando la piramide degli investimenti, che attualmente sono in capo principalmente agli enti locali. Attualmente il finanziamento dei servizi è assicurato da parte del Ministero, con due fondi dedicati che cubano 200 milioni, ai quali le Regioni aggiungono (molte) altre risorse che vengono ulteriormente ed in maniera importante rimpinguate dagli ambiti territoriali di zona. Se quel modello di internalizzazione e stabilizzazione passasse, accadrebbe che il solo Ministero dovrebbe recuperare tutte le ingenti risorse necessarie in un solo colpo, in maniera improvvisa e senza la gradualità di cui un processo del genere necessita. In Italia le scuole del Ministero dell’Istruzione sono 43.000: se solo si volesse garantire tre operatori full time (a 24 ore settimanali peraltro) per scuola (cioè meno del necessario) si genererebbe un costo di 5 miliardi di euro.

è ingiusta perchè, ammesso che si investissero in questi servizi 5 miliardi in più ai 200 milioni attualmente investiti, si garantirebbe un livello di servizio inadeguato, stabilizzando chiunque abbia lavorato nei servizi con qualunque formazione. Si determinerebbe per i prossimi trenta anni un livello qualitativo a macchia di leopardo per i bambini e i ragazzi con disabilità a seconda che essi abbiano avuto la fortuna di operare in una regione o in un ente locale che ha investito sulla qualità della formazione degli operatori o non lo ha fatto. Se per ipotesi il legislatore dovesse prendere questa strada non sarebbe inopportuno ridenominare il Minisitero in Ministero dell’Istruzione del de-merito.

Con quel modello di stabilizzazione si perderebbe la ricchezza istituzionale che costituisce l’aspetto più interessante del quadro attuale, si deresponsabilizzerebbero i soggetti che in questo quadro attuale sono coinvolti. Si libererebbero, certo, risorse per gli enti locali considerata la precaria condizione finanziaria dei comuni, ma in quadro complessivamente di preoccupazione e contenimento della spesa pubblica quella ipotesi non è plausibile.

La proposta

La proposta politica che appare plausibile in merito alla internalizzazione e stabilizzazione degli assistenti è piuttosto un’altra. Si tratta di legiferare l’avvio di un processo complesso, che richiede anni e soldi – molti – per essere attuato e che non si può ridurre ad un semplicistico e populistico “assumete chiunque abbia un diploma”. La Settima Commissione del Senato potrebbe dedicare le proprie energie a stabilire un processo ed una linea di direzione, che sia concretamente e fattibilmente praticabile, che stabilisca delle tempistiche di un cambiamento di cui abbiamo tutti bisogno e di cui la giusta stabilizzazione degli operatori è un importante tassello.

In primo luogo, è necessario definire il profilo, anche con gli strumenti previsti dal quadro normativo attuale. La definizione del profilo è posta in capo ad una delibera di Conferenza Unificata da parte del D.Lgs 96/ 2018 e tale delega non è mai stata attuata. Il profilo non può che coincidere con la professione di educatore professionale socio-pedagogico, per molti motivi che ho argomentato nel mio volume sui servizi di assistenza all’autonomia. Definire il profilo consentirebbe di fissare i livelli minimi di qualità del personale che opera nei seriviz id assistenza all’autonomia e alla comunicazione, definendo che si tratta di una professione cui si accede con laurea e definendo le modalità di sanatoria per chi può dimostrare di aver esercitato quella determinata professione per un determinato periodo di tempo, stabilendo un processo di adeguamento delle competenze per chi non sia in possesso della necessaria laurea in scienze dell’educazione.

Una volta definito il profilo, sarebbe necessario rafforzare l’attuale quadro istituzionale senza cassarlo, ponendo in capo all’ente locale un livello essenziale delle prestazioni e definendo in maniera più trasparente le modalità di attribuzione del numero di ore di servizi di assistenza all’autonomia e alla comunicazione, anche in una funzione di deflazione del contenzioso giuridico che si continua a produrre tra gli enti locali che non vogliono pagare e le famiglie che richiedono il massimo possibile. Ovviamente perché esista un Lep sarà necessario pianificare un adeguato investimento crescente, nel bilancio dello Stato, che andrebbe però in questa ipotesi ad essere rafforzato da quanto viene già oggi investito dagli ambiti di zona, coinvolgendo tutti e tre livelli di governo delle poltiiche e dei servzi sociali (Stato, Regioni, enti locali).

Una volta posto il Lep in capo all’ente locale, saranno i comuni a dover assumere il personale di quel servizio; a quel punto si potranno stabilizzare coloro che hanno una formazione adeguata, definendo semmai una procedura di internalizzazione di coloro che sono in possesso dei requisiti minimi di qualità.

La stabilizzazione del personale dei servizi di assistenza all’autonomia e alla comunicazione è un processo e non la si può ridurre ad una semplicista assunzione di personale qualsiasi. Bisogna affrontare questo importante tema in una prospettiva meno semplicistica e populistica, scansando la tentazione del fare ammuina. Bisogna programmare un processo ed un investimento che richiederà anni per essere attuato, preservando il quadro istituzionale attuale e gli investimenti attuali e garantendo qualità agli utenti e alle loro famiglie.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *